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La violenza all'interno della coppia. Strategie di analisi e di contrasto. PDF Stampa E-mail
Lunedì 23 Luglio 2012 22:56

Le femministe non vogliono ammettere che nella maggior parte dei casi, forse nel 95% dei casi, la violenza è frutto di un corto-circuito relazionale fra due individui legati a una relazione malata, e non di un “colpevole”. Parliamo ovviamente di violenza di coppia, di casi di media o lunga durata (e non della violenza da strada), casi nei quali gli equilibri sono malati, e malati perché assestati su una ricorsività del conflitto come chiave di volta della relazione.

Storie in cui mariti picchiano e menano anche troppo ne conosciamo tutti: ma non è come è fin troppo facile scotomizzare, cioè lui “cattivissimo”, lei “santa”.

 

C’è sempre una patologia / assurdità di entrambi che lega entrambi a entrambi: detto in termini scientifici, la violenza è un nesso di relazione. Un circuito (meglio: un corto circuito), cioè, che non è possibile segmentare in percorsi lineari (“A” picchia “B” perché “A” è “violento”: tipico esempio di lettura unilineare che crea effetti paradossali, in quanto non in grado di impedire il fenomeno, ma anzi di esasperarlo).

La violenza è un nesso, non una caratteristica di “un” soggetto…

Questa è una acquisizione della psichiatria ormai ultracinquantennale, e negarla significa ritornare alla dimensione manicomiale e, peggio, lombrosiana tipica di cento e più anni fa.

GG

Le considerazioni su esposte potrebbero scaturire da una semplice domanda. Infatti….

Avete presente un’esplosione?

Un’esplosione di un bidone di benzina in cui qualcuno ha messo un cerino acceso.

L’esplosione è dovuta:

1) Ai vapori della benzina?

2) Alla fiamma del cerino?

La risposta è in un’altra domanda: ma se mettiamo il cerino acceso in un bidone d’acqua, cosa accade?

Il punto è allora non nelle caratteristiche “in sé” degli oggetti, ma nella relazione che gli “oggetti” assumono fra loro.

Essendo l’esempio banalmente esemplificativo, mira ovviamente a illustrare solo un livello del problema: quello, appunto, secondo il quale è la relazione che le “cose” assumono fra loro, e non le caratteristiche delle cose “in sé”, a generare i “comportamenti” che poi il nostro cervello attribuisce alle “cose” (o alle persone).

Le “caratteristiche” di ogni “cosa” si esprimono a seconda della interazione con un determinato ambiente: se si mette un violino in acqua non suona: marcisce.

E’ altrettanto evidente, però, almeno nella mia opinione (ma non solo mia, ma di tutta una vastissima schiera di autori), che la stessa lettura può esser trasferita su una coppia di esseri umani: sai benissimo che qualità come “leadership”, “passività”, “aggressività”, “timidezza”, non possono esser considerate solo caratteristiche del singolo, ma tendenze che poi si esprimono come nesso di una sua relazione con l’ambiente e con l’altro

(Vedi per tutti. “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi”, Watzlawick Paul;Beavin J. H.;Jackson D. D., Astrolabio Ubaldini, Roma 1971; e: Watzlawick P. et al., La Prospettiva Relazionale, Astrolabio, Roma, 1978).

In altri termini, stiamo parlando di acquisizioni ormai scontate in psichiatria, che di colpo, con queste prospettive, vengono negate.

Metti un uomo “violento” con una “masochista” e avrai un effetto; metti un “violento” con una donna poliziotto e ne avrai un altro.

Attenzione; non sto sostenendo che tutte le donne devono diventare “poliziotti” in caso di violenza: dico che l’intreccio che lega il preteso persecutore alla pretesa vittima, è un legame che affonda le sue radici in dimensione personale della “vittima” e del “persecutore”, modificando una dei quali si può modificare il problema : “quella che chiamiamo “la vita psichica, mentale o spirituale, ha luogo nello spazio di relazione dell’organismo” (Maturana H., La objetividad – un argumento para obligar, Tercer Mundo Editores, Bogota, 1997 ) e “inoltre, dal momento che il linguaggio come dominio di coordinazioni comportamentali consensuali è un fenomeno sociale, anche l’autocoscienza è un fenomeno sociale che non avviene entro i confini anatomici della corporeità dei sistemi viventi che la generano. Al contrario è esterno ad essi e riguarda il loro dominio di interazioni come una maniera di coesistere” (Maturana H., Autocoscienza e Realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993 ). Ovviamente non c’è solo Maturana a dire cose del genere, perché dovrei partire da Watzlawick per arrivare – con dei distinguo – fino a Laing e ad altri autori. Tutti dimenticati dalla sinistra che prima ne aveva comunque fatto una bandiera per dimostrare che la follia e la criminalità del singolo sono l’espressione di disfunzioni del sistema e non del “suo” esser “matto” o “criminale”.

Il problema della criminalizzazione genetica del maschio violento perché maschio, genera in realtà la donna come “vittima”, perché le impedisce, in questa lettura, l’autonomia decisionale che le serve per sottrarsi al “violento”.

Ad esempio, l’ultimo articolo uscito sullo stalking (vedi la Newsletter dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica, sotto linkata), evidenzia come nella coppia stalker-vittima siano in atto giochi relazionali psicotici o nevrotici che dir si voglia: e tieni conto che gran parte degli studi provengono proprio da soggetti ospiti di centri contro la violenza.

D’altra parte, sostenere il contrario significa riportare la psichiatria alla criminologia di Lombroso, negando tutta la corrente psicoanalitica e psicologica come base ma, soprattuttto, tutta la psichiatria sistemica.

Questo excursus della ideologia di sinistra è assolutamente paradossale: partita dalla tutela del disagio mentale come espressione non della “follia” di un “singolo” – ma come l’emergere in un soggetto di disfunzioni sistemiche e metasistemiche, è finita per diventare moralistica e lombrosiana, negando che il disagio esprime una crisi del sistema (sociale, familiare, e quel che vuoi) e riaffermando i criteri descrittivi tipici del nazismo: la violenza nasce come caratteristica biologica del maschile, e dunque il maschio è il solo responsabile della violenza e va punito come criminale costituzionale.

Una follia da eugenetica della razza, nella quale in un colpo solo si cancellano il concetto della patologia (che non è legittimazione o scusa, ma spiegazione e ricerca di strumenti di tutela delle vittime) come momento di disagio di un sistema e si riafferma il vecchio vizio di internare e maltrattare la devianza scomoda, invece di recuperare un individuo.

Si ignora poi, appunto, che quello che il nostro cervello legge come “comportamento” di “un” soggetto, è invece l’espressione di una sua relazione con l’ambiente.

Siamo tornati a Lombroso e cancellato cento anni di psicologia e cinquanta di psichiatria sistemica: Pragmatica della Comunicazione Umana, ma anche i testi di Minuchin, sono di cinquanta anni fa (primi anni sessanta), quelli della Selvini Palazzoli hanno più di trenta anni (da “Paradosso a Controparadosso” passando per “I giochi Psicotici in famiglia””) ma sono stati distrutti dopo esser stati tipica espressione di una sinistra che rifiutava il concetto dell’equazione “disagio del singolo = individuo folle”.

Il discorso secondo cui il maschio è violento perché maschio diventa dunque qui il portato di una nuova epistemologia che ha le sue radici nella logica nazista: basta vedere i commenti forcaioli che compaiono in altri siti quando si pubblica una qualche notizia di violenza.

Incitamenti alle più truci violenze partono da tutti gli utenti e nessuno si accorge che – allora – la violenza serve a legittimare la propria violenza.

GG

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