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Ricerca svedese conferma: nella violenza di coppia la donna aggredisce spesso per prima. PDF Stampa E-mail
Sabato 28 Luglio 2012 21:02

Le donne usano la violenza contro i loro partner nella stessa misura degli uomini: lo dimostra uno studio internazionale unico, svolto in 30 paesi. 900 studenti svedesi hanno risposto alle 300 domande sulla violenza di coppia che essi stessi hanno sperimentato.

Le donne hanno dichiarato che nell’intera casistica – spintoni, insulti, gravi aggressioni – hanno esposto i loro partner a tali comportamenti. Il 10% delle donne ed il 4% degli uomini hanno colpito per primi.

 

Pertanto, è ingenuo affermare che le donne non usano la violenza contro gli uomini – scrive Peter Gill, professore di educazione e Carita Remahl, Master in Educazione.
Nel dibattito sulla violenza contro le donne si verifica una serie di nozioni fuorvianti sul fenomeno; un esempio è il postulato radicale secondo cui il 46% delle donne svedesi di oltre 15 anni di età hanno subito violenza da un uomo; o l’affermazione, non provata ed unilaterale, secondo cui la violenza è dovuta a ragioni strutturali e gli uomini, collettivamente, rientrano in questa struttura.
La cifra del 46% è stata “sparata” senza alcun riguardo alle varie circostanze in cui la violenza si è verificata, fra cui l’età, la motivazione, e così via.
I ricercatori che desiderano evitare tali “distinguo” spesso si esprimono in termini di “un X per cento delle donne sono state vittime di violenza”; ma una simile affermazione entra in crisi al cospetto della violenza come fenomeno complesso, con cause multiple, un atto che raramente si verifica in modo “pulito”, lineare.

Presso l’Università di Gävle, con il sostegno dell’Unione Studentesca e dell’Ufficio per la Salute degli Studenti, abbiamo implementato uno studio unico in Svezia, nel contesto di uno studio internazionale (università e college in oltre 30 paesi coinvolti) sulla violenza nell’ambito delle relazioni di coppia. La metodologia è stata sviluppata sulla base della pluriennale esperienza, riconosciuta a livello internazionale, nello studio dei conflitti e della violenza domestica del ricercatore Murray Straus.
Nello studio di Gavle, abbiamo ulteriormente sviluppato il metodo con l’applicazione di un cosiddetto “sondaggio on-line”; lo studio era rivolto a tutti gli studenti a tempo pieno. Gli inviti a partecipare sono stati diramati via e-mail, manifesti, volantini e sulle TV del circuito universitario.
Circa 900 studenti (donne per il 70%) hanno seguito la procedura speciale di login e risposto a quasi 300 domande dettagliate sulla propria educazione, le esperienze di violenza, le relazioni, la coercizione sessuale e centinaia di domande precise sul tipo di violenza che hanno vissuto, in quali situazioni, con quale forza, con quali risultati, quanto spesso, se hanno reagito, se hanno preso l’iniziativa e così via. Rispondere al sondaggio poteva richiedere fino a due ore.

I risultati riguardanti le relazioni intraprese fra la popolazione studentesca svedese hanno creato una visione unica e dettagliata su come questi giovani uomini e donne vivono i loro rapporti; l’attendibilità delle risposte è stimata molto alta.
Gli intervistati hanno dichiarato che sono stati informati sul sondaggio soprattutto attraverso direct-mail; una percentuale minore è stata reclutata dal sito web dell’Università o da manifesti e volantini.
Agli intervistati è stato anche chiesto se avessero preferito rispondere ad un questionario cartaceo: pochissimi avrebbero scelto questa opzione, il che è coerente con la ricerca internazionale; questa ricerca ha dimostrato che le indagini on-line, in particolare ricerche in cui vengono studiati temi delicati ed intimi, aumentano la suscettibilità di riconoscere l’esposizione alla violenza, incesto, coercizione sessuale e comportamenti devianti, ma soprattutto sono uno stimolo a riconoscere il proprio comportamento violento.

Abbiamo chiesto, per esempio: “nell’ultimo anno il tuo partner ti ha scagliato qualcosa contro?”, “ti ha afferrato per un braccio o per i capelli?”, “ti ha strattonato?”, “ti ha preso con violenza?”, “ti ha colpito?”; in tutte queste domande, molti uomini, come molte donne, rispondono in senso affermativo. All’ultima domanda hanno risposto che il loro partner li aveva battuti l’11% uomini ed il 5% delle donne. Queste domande riguardano la violenza meno grave.
Tutti hanno anche risposto alla domanda se essi stessi hanno tenuto quei comportamenti contro i loro partner: per esempio, il 24% degli uomini ed il 22% delle donne hanno risposto di aver “spintonato” il proprio partner nell’ultimo anno; in queste risposte emerge lo stesso schema: gli uomini affermano di essere almeno altrettanto vulnerabili delle donne.

Quando si tratta di litigi meno gravi, molti hanno sperimentato comportamenti come il gridare verso il partner, fare qualcosa di malvagio, venire ignorati nel bel mezzo di una disputa, essere insultati, e così via: ancora una volta, sia per le donne che per gli uomini questa esperienza si situa fra il 50 ed il 60%; ancora una volta, molte donne, come pure molti uomini, riconoscono che hanno anche agito tali comportamenti contro i loro partner.
Sommando tutti i casi di aggressione nel corso dell’ultimo anno, si può dire che un terzo degli uomini e delle donne ne hanno sperimentato qualche tipo, o che essi stessi hanno esposto i loro partner allo stesso tipo di abusi: la stessa proporzione emerge nello studio internazionale.
Quando si tratta di abusi più gravi, la percentuale (6%) di studenti e studentesse di Gävle che dicono di esserne stati vittime è significativamente inferiore alla media dei 31 paesi. Mentre ci sono pochi che identificano a prima vista i loro partner come autori di gravi aggressioni, molte donne come molti uomini ammettono di averle agite.

Una prospettiva diversa della violenza: se abbia prodotto lesioni. Il danno può essere di grado maggiore o minore, può aver comportato visite dal medico, o, secondo l’intervistato, avrebbero dovuto comportare il consulto medico. Una piccola percentuale di donne ha subito danni, come pure per gli uomini. La stessa uguaglianza si ha quando riconoscono di aver causato danni lievi.
Per il caso di gravi danni psicologici o °modello di oppressione”: circa la stessa percentuale afferma di aver subito tale comportamento; al contempo, una proporzione simile di entrambi i sessi afferma di aver esposto il proprio partner a tale comportamento.

Una delle poche aree in cui le donne differiscono dagli uomini nell’indicare la propria vulnerabilità è la coercizione sessuale: gli uomini che riferiscono di averla sperimentata sono circa un quarto in meno delle donne. Quando è stato chiesto se l’intervistato avesse esposto il proprio partner alla coercizione sessuale, la percentuale (30%) di risposte affermative degli uomini è stata doppia di quella femminile.
Le domande sono state poste anche su fattori come l’alcool: alla domanda se l’intervistato e/o il loro partner avessero bevuto alcool in concomitanza con la violenza, si è ripetuto il solito schema: circa i tre quarti degli uomini e delle donne hanno indicato che entrambi i partner avevano consumato alcool in relazione ai vari “incidenti”.

Questi esempi suggeriscono una reciprocità della violenza; forse appare “strano” che gli uomini si siano rappresentati come “vulnerabili”: questa osservazione è ragionevole, ma non cambia il fatto che una gran parte delle donne ha riferito di aver picchiato ed esposto il proprio partner a vari tipi di abusi fisici e psicologici.

Altre domande hanno fornito un’indicazione sulla percezione della violenza negli intervistati: “Immaginate una situazione in cui sia appropriato per un uomo dare uno schiaffo al partner?” Mentre il 22% degli uomini immagina una situazione del genere, vi sono state quasi altrettante (18%) donne che hanno concordato, e cioè che ci possono essere situazioni in cui può andar bene per un uomo picchiare la sua partner.
Vi erano molte domande focalizzate sulla percezione della violenza, come: “non si deve indietreggiare in una rissa”, “è giusto picchiare un adolescente impertinente”, “essere stati preparati dai propri genitori”, “ha assistito alla violenza al di fuori della famiglia, durante la crescita”, “è importante per un ragazzo l’essere stato coinvolto in una rissa durante la crescita”; per tutte queste domande, vi è stato un piccolo gruppo di donne, rispetto agli uomini, che ha concordato.
Nell’ambito degli atteggiamenti e delle esperienze legati alla violenza, nel comportamento e nell’educazione, pensiamo che sia ingenuo ritenere che le donne li evitino. La scorsa settimana le ragazze di una delle squadra di basket di Stoccolma sono state attaccate dalle avversarie, fuori dal campo. Queste ragazze avevano abbracciato una struttura di potere patriarcale o sono state semplicemente inghiottite da una sottocultura violenta anormale? è possibile che entrambe le parti contendenti siano state influenzate da qualche violenza nel rapporto di coppia o da modelli relazionali disfunzionali?

Forse il risultato più notevole della nostra indagine sta nelle risposte alla domanda “chi ha colpito per primo?”. Fra gli uomini il 9% dice che è stata la partner a colpire per prima, mentre il 5% delle donne ha risposto che il proprio partner ha colpito per primo. Questo potrebbe essere interpretato come una prova che i nostri intervistati di sesso maschile siano “speciali”.
Questo notevole risultato è confermato dalle risposte alla domanda su chi abbia ha colpito prima in una lotta con il proprio partner: qui troviamo che il 10% delle donne ed il 4% degli uomini ammette che ha colpito per primo. Non abbiamo alcun motivo di dubitare della credibilità di queste risposte: anzi, pensiamo che la nostra banca-dati costituita da circa 200.000 risposte ci fornisca una visione unica delle relazioni intime “ordinarie” fra i giovani svedesi.
Mentre gli uomini che hanno risposto forse dovrebbero essere visti come “un po’ diversi”, non abbiamo motivo di pensare che le nostre intervistate di sesso femminile non siano affatto rappresentative. C’è una leggera possibilità che le donne come protagoniste di relazioni violente siano un po’sovra-rappresentate; ma questo non inficia la tesi che qui vogliamo prospettare. Abbiamo scoperto che un grande gruppo di donne adulte svedesi, prese da un ambiente universitario, riconosce che esse stesse hanno avviato la violenza nei loro rapporti. Se alcune delle cause della violenza nelle relazioni possono essere ricondotte a spiegazioni strutturali, che non ci appaiono irragionevoli, il pericolo è quello di dare delle spiegazioni semplicistiche ed unilaterali a svantaggio delle vittime di violenza.
La violenza contro le donne nelle relazioni è un problema serio, ma più complicato del quadro dato dal servilismo dei mass media e dai ricercatori. Noi pensiamo che la violenza contro le donne nelle relazioni più grave e letale debba essere intesa in un approccio olistico, in una concezione generale della violenza (la pedagogia della violenza), ed è qui che deve essere riconosciuto un atteggiamento distruttivo ed un comportamento violento in alcune donne.
La lotta contro la violenza degli uomini è scontata; la lotta contro la violenza domestica deve riconoscere le sue cause complesse ed i difficili meccanismi che la generano.

http://ajph.aphapublications.org/doi/abs/10.2105/AJPH.2005.079020

 

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