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L'omicida si avvale e chiede perdono PDF Stampa E-mail
Mercoledì 18 Aprile 2012 00:00

E si giustifica con il suo avvocato: «Mi sentivo escluso dalla mia famiglia»

Un interrogatorio lampo, a Canton Mombello. Quanto basta per avvalersi della facoltà di non rispondere. Davanti al giudice Marco Cucchetto, Mario Albanese ha scelto il silenzio. Pochissime le dichiarazioni rilasciate: «Mi è scoppiata la testa, chiedo perdono per tutto quello che ho fatto, sono disperato per le mie bambine». Così al suo avvocato difensore, Alberto Scapaticci. Si riserva invece il giudice sulla convalida dell'arresto, e la difesa si rimette alla sua decisione.

E proprio la preoccupazione per le sue tre piccole, Albanese l'aveva sfogata al suo avvocato lunedì, un giorno dopo il massacro. «Cosa sarà delle mie bambine? Cosa sarà di me?»

Mario Albanese si dispera. In carcere, sorvegliato a vista per paura che possa uccidersi, pensa al suo futuro e a quello delle piccole. Le sue tre bambine rimaste senza madre, private della sorella maggiore e con il padre in prigione. Tre piccole affidate momentaneamente allo zio materno, accolte in casa con i cugini. Sono le uniche domande rivolte all'avvocato Alberto Scapaticci dal camionista che l'altra notte a San Polo ha sfogato il suo rancore con la ex: ha ucciso Francesca Alleruzzo, l'amico Vito Macadino, la figlia di lei Chiara Macalone di 19 anni e il fidanzatino Domenico Tortorici, pure lui di 19 anni.
Due domande poste con ansia da un uomo «sconvolto» che ha cercato di giustificarsi: «Mi sentivo escluso da quella che ancora consideravo la mia famiglia». «Albanese mi è parso molto provato - spiega l'avvocato Alberto Scapaticci - sconvolto dalla gravità del fatto compiuto».
Della notte di follia Albanese risponderà questa mattina al giudice Marco Cucchetto durante l'interrogatorio di convalida. Il pm Antonio Chiappani, che coordina le indagini condivise da carabinieri e polizia, contesta il quadruplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e il porto abusivo di arma clandestina e alterata. La premeditazione per gli inquirenti è determinata da una serie di elementi. Non gioca a favore di Albanese nemmeno la sua ammissione in questura, prima di chiudersi nel silenzio assoluto: «Ho fatto quello che ritenevo di dover fare».

Mario Albanese è rimasto per ore appostato in via Raffaello nella notte fra sabato e domenica. Il carabiniere Ivano Gatti che l'ha fermato dopo la strage l'ha visto alle 22.30 e anche alle 3 di notte quando è rientrato a casa. In tasca Albanese aveva la pistola e poco distante i carabinieri hanno trovato pure una mannaia (l'arma è stata sequestrata e verrà analizzata). Anche il parcheggio scelto per l'auto sarebbe indicativo: il camionista ha lasciato la vettura all'inizio della vita, perché non voleva correre il rischio che la ex la vedesse rientrando e si allarmasse. Il piano di Albanese ha funzionato: quando la ex è tornata con Vito non ha nemmeno avuto il tempo di accorgersi di quello che stava succedendo, appena scesi dall'auto sono stati colpiti con un proiettile a testa. Poi Albanese è entrato in casa e ha sparato anche a Chiara, la prima figlia della ex moglie, e al fidanzato. Non si è fermato nemmeno davanti alla figlioletta Silvia, agli occhi sgranati che lo guardavano con terrore mentre premeva il grilletto contro la sorella. Poi le scale di corsa, altri due colpi ai corpi riversi sull'asfalto e il tentativo fallito di farla finita. Il carabiniere che lo blocca e lo disarma, l'arrivo di due Volanti, gli agenti di polizia che fanno scattare le manette. Una tragedia i cui elementi sono già delineati. Compito degli investigatori della squadra Mobile e dei carabinieri della compagnia di Brescia è quello di trovare la spiegazione alla follia di Albanese, capire cosa abbia scatenato la furia omicida, e ricostruire i rapporti tra il camionista e la ex moglie, i dettagli della separazione sancita dal giudice due anni fa.

La pistola, una scacciacani modificata in una calibro 7,65, verrà inviata ai Ris di Parma. Bisogna capire se si tratta di un'arma che ha già sparato, se dalla stessa canna sono già stati esplosi altri colpi mortali.
Gli investigatori della squadra Mobile si concentreranno sui rapporti tra Albanese e la ex moglie. Devono sentire i familiari, i vicini, i colleghi di lavoro. È indispensabile capire se Albanese minacciava Francesca. Alcune amiche della donna hanno già portato in questura e in procura alcuni messaggi inviati da Francesca: la donna era spaventata, temeva l'ex marito, ma non ha mai fatto denuncia. Al vaglio degli inquirenti anche i telefoni cellulari e i computer. E verrà effettuato un nuovo sopralluogo nella casa di Nuvolera, dove Albanese viveva dopo la separazione. Si cercano agende, biglietti, eventuali scritti.
Oggi sui corpi delle vittime verrà effettuata l'autopsia: il magistrato ha chiesto ai consulenti di stabilire l'ora esatta della morte, ma anche la direzione dei proiettili e la distanza tra vittime e sparatore. All'autopsia parteciperanno anche i consulenti della difesa.

Ma non sono solo quattro le vittime della strage di San Polo. Investigatori e inquirenti non riescono a dimenticare i visi delle tre piccole che domenica sono rimaste in questura fino a sera. Il loro pianto ha spezzato il cuore a uomini abituati a vedere le cose peggiori. Le piccole sono state accudite dagli esperti della sezione minore, coccolate da un'agente della Volante che le ha prelevate dalla casa del carabiniere Gatti e le ha portate in braccio fin dentro l'auto della polizia. Scegliendo le parole più adatte, con la collaborazione degli psicologi e della funzionaria dei servizi sociali, Silvia, Arianna e Micaela hanno saputo la verità: mamma Francesca non tornerà più. Un dolore tremendo per tre bambine così piccole: la mamma uccisa dal papà.
Il loro papà era a poca distanza: un piano sotto decideva di non rispondere alle domande del pm. E chiedeva di vedere le sue bambine. Ma per le sue bambine lui adesso è peggio di un mostro.

Fonte corriere.it (brescia)

 

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