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Tra antiviolenza e “inconsapevole” propaganda d’odio. PDF Stampa E-mail
Mercoledì 14 Marzo 2012 00:00

Un punto di vista maschile

Se dico che tra 100 anni ci saranno ancora furti, non perciò verrò sospettato di essere amico dei ladri.

Se dico che tra 100 ci saranno ancora omicidi, non per questo mi si accuserà di collusione con gli assassini e non se ne ricaverà che li sto giustificando.

Se dico che tra 200 la mafia sarà ancora viva e vegeta, non mi si accuserà di essere mafioso.

Se invece dico che tra 150 anni ci saranno ancora mariti che uccidono mogli, subito verrò liquidato come “difensore degli uxoricidi” e “sostenitore del femminicidio”.

E questa affermazione – tolta dal contesto – verrà utilizzata contro di me direttamente e contro tutti gli uomini a “dimostrazione” che siamo tutti collusi con gli assassini.

Questa è la lealtà che – per esperienza – ci attende.

Questa è la condizione attuale: il male prodotto dagli uomini è originario, autofondato, quello praticato dalle donne è reattivo o causato da psicopatologie.

Gli uomini devono pagare (e infatti pagano) le donne vanno assolte (e infatti è così).

Per smentire questa verità Lobelia grida concitata … esattamente la stessa tesi. Ma non se ne rende conto.

Usare il comportamento di esigue minoranze per criminalizzazione interi gruppi (etnie, popoli etc.) è una delle tecniche di propaganda dell’odio e del razzismo.

Tecnica goebblesiana che tutti aborriscono.

La si può però usare contro gli uomini, usando i crimini di una minoranza di impotenti che esplodono, per criminalizzare l’intero genere maschile ed esigerne la subordinazione psicologica, il riconoscimento della propria inferiorità morale.

Gli effetti si vedono: uomini che riconoscono di appartenere alla razza inferiore, targata M.

Sì, la violenza antifemminile ci riguarda tutti” dicono i maschi “buoni”.
Tutti gli uomini sono chiamati a rispondere dei crimini attuali di pochi (e di quelli del passato e dell’altrove).
Tutti dunque sono colpevoli.

Ma dire questo svela la natura manipolatrice dell’operazione.

Allora si giura che “gli innegabili crimini maschili” non vengono ricordati per criminalizzare, ma solo per “ricordare la verità”, perciò gli uomini non devono sentirsi criminalizzati.

E’ vero che “la violenza maschile coinvolge tutti gli uomini” ma tu, io, lui non dobbiamo sentirci coinvolti dalla rimemorazione.

Dobbiamo sentirci coinvolti, ma non dobbiamo sentirci coinvolti.

Di quei delitti anche tu sei mandante e beneficiario per questo stai sul banco degli imputati, ma non devi sentirti sul banco degli imputati.

Le intenzioni delle accusatrici sono buone, non ti stanno criminalizzando.

Dimenticano però sempre di rimemorare all’amante nell’ascensore e allo sposo presso l’altare, la stessa innegabile somma degli “innegabili crimini maschili”, come se sapessero che quell’ innocente e ingenuo ricordare, quel candido “rimemorare” è la tomba di ogni relazione.

Il sacello di ogni rapporto.


 

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