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Contro il femminismo – di Murray N.Rothbard PDF Stampa E-mail
Domenica 08 Aprile 2012 00:00

Abbiamo indugiato fin troppo, è ora che qualcuno denunci la “Liberazione delle Donne”. Come per l’ambiente, la liberazione delle Donne è improvvisamente ovunque negli ultimi mesi.

E’ diventato impossibile evitare di essere assaliti, ogni giorno, senza tregua, dal noioso chiacchiericcio delle femministe. Numeri speciali di riviste, programmi televisivi e quotidiani si sono impegnati in questo “problema” appena scoperto; e circa due dozzine di libri stanno venendo catalogati per la pubblicazione quest’anno dai maggiori editori.

In tutta questa verbosa confusione, non un articolo, non un libro, non un programma ha osato presentare la tesi opposta. L’ingiustizia di questa ondata a senso unico dovrebbe essere palese. Non solo è evidente, ma l’assenza di una opposizione pubblicata nega una delle maggiori accuse delle forze della liberazione delle donne: che la società e l’economia stanno scricchiolando sotto una tirannia monolitica, maschile e “sessista”. Se gli uomini tengono le fila, come può essere che essi non osino neppure stampare o presentare qualcuno del proprio schieramento?

Tuttavia, gli “oppressori” rimangono stranamente silenziosi, il che conduce a sospettare, come approfondiremo successivamente, che forse l’oppressione risiede nella sponda opposta.

Nel frattempo, gli “oppressori” maschili stanno agendo, alla maniera dei liberal, ovunque come conigli oppressi dalla colpa o impauriti. Quando le cento bisbetiche del Movimento di Liberazione delle Donne hanno tiranneggiato alla loro maniera nella sede principale del Ladies’ Home Journal, il maltrattato redattore-capo, John Mack Carter, ha forse buttato fuori questi aggressori, come avrebbe dovuto fare? Ha, almeno, abbandonato il suo ufficio per il resto della giornata ed è tornato a casa? No, è rimasto invece seduto pazientemente per undici ore mentre queste streghe coprivano di insulti lui, il suo magazine e il suo genere per poi acconsentire docilmente a donare loro una sezione speciale del Journal, accanto a 10.000 $ di riscatto.

Così facendo, questoprogressismo maschile senza spina dorsale nutre l’appetito degli aggressori e prepara il terreno per la prossima serie di “richieste” oltraggiose. La rivista Rat, un tabloid underground, ha ceduto in maniera  persino più spettacolare, permettendo semplicemente di farsi controllare in modo permanente da un “collettivo per la liberazione delle donne”.

Perchè, tuttavia, questo improvviso slancio del femminismo? Persino la più fanatica megera del Movimento delle Donne ammette che questo nuovo movimento non è emerso in risposta a qualche improvvisa stretta repressiva maschile nei confronti della suscettibilità della donna americana. Invece, la nuova rivolta è parte della corrente degenerazione della New Left, la quale, poichè la sua politica, la sua ideologia e la sua organizzazione, in precedenza parzialmente libertarie, sono collassate, si sta frantumando in correnti febbrili e ridicole, dal Maoismo ai Weathermen al folle terrorismo bombarolo al movimento femminista. L’inebriante prospettiva della “liberazione” era assurdamente nell’aria da qualche tempo per ogni gruppo picchiatello e ora le donne della New Left sono entrate in azione. Non abbiamo bisogno di spingerci fino al recente commento del Professor Edward A. Shils, eminente sociologo all’Università di Chicago, che si attende ora un “fronte di liberazione del cane”,  ma è dura biasimare il fastidio dietro il suo appunto. Per tutta la durata della “liberazione”, il maggiore obiettivo è stato l’inoffensivo, lavoratore, americano adulto WASP, l’Uomo Dimenticato di William Graham Sumner; e ora questo sfortunato Dagwood Bumstead viene colpito ancora una volta.

Quanto ci vorrà prima che il maltrattato e sofferente americano medio perda alla fine la propria pazienza e insorga rabbiosamente per protestare a suo favore?

L’attuale Movimento delle Donne è divisibile in due parti. L’ala più vecchia,  leggermente meno irrazionale nacque nel 1963 con la pubblicazione de La mistica della femminilità di Betty Friedan e la sua creazione del NOW (Organizzazione Nazionale delle Donne). Il NOW si concentra sulla presunta discriminazione economica a danno delle donne. Per esempio: il fatto che mentre la paga media annua per tutti i lavori nel 1968 era di circa 7700 $ per gli uomini, per le donne ammontava a 4500 $, il 58 % del dato maschile. L’altro fatto fondamentale è l’argomento delle quote: cioè che se si getta uno sguardo sulle varie professioni, sulle posizioni di alta dirigenza, ecc.. la quota di donne è molto più bassa del loro in apparenza meritato 51%, la loro percentuale sulla popolazione totale.
L’argomento delle quote può essere liquidato rapidamente, poichè è un’arma a doppio taglio. Se la bassa percentuale di donne nella chirurgia, nella legge, nel management ecc..è la prova che gli uomini dovrebbero essere rimpiazzati in gran fretta dalle donne, allora cosa dobbiamo fare con gli ebrei, per esempio, che eccellono ben al di là della quota assegnata loro nelle professioni, nella medicina, nelle accademie, ecc..? Devono essere epurati?

Il reddito medio inferiore per le donne può essere spiegato in base a diverse ragioni, che non hanno nulla a che fare con un’irrazionale discriminazione “sessista”. Una di queste è il fatto che la schiacciante maggioranza delle donne lavora per pochi anni e poi utilizza una larga fetta dei suoi anni produttivi per crescere i figli, dopo i quali potrebbe decidere o meno di ritornare nella forza lavoro. Come risultato, esse tendono a trovare lavoro maggiormente in quelle industrie e in quel tipo di occupazione che non richiede un impegno a lungo termine per la carriera.

Inoltre, tendono ad occupare quei posti di lavoro in cui il costo della formazione professionale del nuovo personale, o della perdita di quello vecchio, è relativamente basso. Queste sono generalmente occupazioni con retribuzioni inferiori di quelle che richiedono un impegno sul lungo periodo o in cui i costi della formazione o del ricambio sono alti. Questa tendenza generalizzata a prendersi alcuni anni per crescere i figli giustifica moltissimo il fallimento nel promuovere le donne alle posizioni più elevate, e quindi ai lavori più pagati, e così le basse “quote” femminili in tali aree. E’ facile assumere segretarie che non si prefiggono di fare del lavoro una parte importante della loro vita; non è così semplice promuovere nella scala accademica o aziendale persone che non agiscono così. Come può diventare presidente di una compagnia o professore chi si ritira per maternità?

Mentre queste considerazioni giustificano in buona parte le paghe più basse o i lavori in posizione subordinata per le donne, non risolvono del tutto il problema. Nell’economia capitalista, le donne vantano una piena libertà; la discriminazione irrazionale nell’occupazione tende ad essere minima nel libero mercato, per la semplice ragione che il datore di lavoro stesso soffre di tale pratica discriminatoria. Nel libero mercato, ogni lavoratore tende a guadagnare il valore del suo prodotto, la sua “produttività marginale”. Similmente, ognuno tende ad ottenere il lavoro che sa compiere meglio, a lavorare ai suoi massimi sforzi produttivi.

Gli imprenditori che persistono nel pagare al di sotto del prodotto marginale di una persona ne soffriranno perdendo i loro migliori lavoratori e così perdendo profitti per loro stessi. Se le donne hanno costantemente stipendi più bassi e lavori più poveri, anche dopo aver usufruito del congedo per maternità, allora la semplice ragione deve essere che la loro produttività marginale tende ad essere inferiore a quella degli uomini.

Bisogna osservare che, contrariamente alle forze della liberazione femminile che tendono a biasimare sia il capitalismo sia gli uomini per discriminazioni vecchie di secoli, è stato precisamente il capitalismo stesso e la rivoluzione capitalista del diciottesimo e diciannovesimo secolo che ha liberato le donne dall’oppressione maschile e ha permesso a ogni donna di cercare la posizione a lei più adatta. Fu il sistema feudale e precapitalista, precedente la società di mercato, ad essere contraddistinto dal dominio maschile; era precisamente quella società in cui le donne erano beni dei loro padri e dei loro mariti, dove non potevano possedere alcuna proprietà ecc…(1)

Il capitalismo lasciò libere le donne di trovare il proprio ruolo sociale e il risultato è quello che vediamo oggi.

Le femministe replicano che le donne posseggono il pieno potenziale per eguagliare rendimento e produttività degli uomini, ma sono state intimorite da secoli di oppressione maschile. Ma la visibile mancanza di progressi verso le cariche più alte nel capitalismo rimane. Ci sono poche dottoresse, ad esempio. Tuttavia, le scuole mediche oggigiorno non solo non discriminano contro le donne, ma si fanno in quattro per accettarle (per esempio, discriminano in loro favore); ciò nonostante, la proporzione di dottoresse non è ancora evidentemente elevata.

Le liberazioniste fanno allora ricorso ad un altro argomento: che secoli di “lavaggio del cervello” da parte di una cultura dominata dagli uomini ha reso passiva la maggior parte delle donne, che accettano il loro presunto ruolo inferiore e a cui piace persino il loro ruolo maggiore come casalinghe e madri. Ma il vero problema per le femministe, evidentemente, è che la schiacciante maggioranza delle donne abbraccia “la mistica della femminilità”, sentono davvero che le loro uniche carriere sono quelle di madre e donna di casa. Tacciare questi forti ed evidenti desideri semplicemente come “lavaggio del cervello” prova davvero poco; infatti, si può sempre respingere i valori di una persona, non importa quanto siano abbracciati profondamente, come la conseguenza di un “lavaggio del cervello”. Tale opinione rispecchia ciò che i filosofi chiamano “operazionalmente insignificante”, giacchè comporta che le militanti femministe rifiutano di accettare ogni prova, logica o empirica di qualsiasi tipo, che potrebbe dimostrare che le loro affermazioni sono erronee. Mostrate loro una donna che ama la vita familiare e bolleranno ciò come “lavaggio del cervello”; mostrate loro una militante e affermeranno che questo prova che le donne desiderano ardentemente la “liberazione”. In breve, queste femministe considerano le loro deboli opinioni come non sottoponibili ad alcuna prova; ma questo è un infondato metodo delle mistiche piuttosto che un argomento che riflette la verità scientifica.

E neppure l’alto tasso di conversione rivendicato dalle liberazioniste prova nulla; non potrebbe forse essere il risultato di un “lavaggio del cervello” da parte delle militanti femministe? Dopotutto, se aveste i capelli rossi ed improvvisamente emergesse una Lega per la Liberazione delle Persone coi capelli rossi e vi gridasse che siete stati eternamente oppressi dalle spregevoli persone senza capelli rossi, qualcuno di voi potrebbe benissimo unirsi alla lotta. Ciò però non dimostra affatto che chi ha i capelli rossi sia oggettivamente perseguitato.

Non arrivo ad affermare, come fanno gli uomini “sessisti”, che le donne dovrebbero occuparsi solo della casa e dei figli, e che qualsiasi ricerca di carriere alternative è innaturale. Dall’altro lato, non supporto l’opinione opposta secondo cui le donne che si dedicano alla famiglia stanno violando la loro natura. C’è in questo come in tutti i campi una divisione del lavoro e nella società di libero mercato ogni individuo si inserirà in quelle aree lavorative che lui o lei trovano più attraenti. La proporzione di donne lavoratrici è molto più alta di vent’anni fa e questo va bene; ma è ancora una minoranza delle femmine e anche questo va bene. Chi siamo tu o io per dire a qualcuno, maschio o femmina, che occupazione lui o lei dovrebbero svolgere?

Inoltre, le femministe sono cadute in una trappola logica nella loro accusa ai secoli di lavaggio del cervello maschile. Se questa accusa fosse vera, allora come mai gli uomini hanno dominato la cultura per millenni?

Sicuramente, questo non può essere un caso. Non è questa allora la prova della superiorità maschile?

Le seguaci della Friedan, che richiedono stridentemente eguaglianza di reddito e posizione, sono state tuttavia sorpassate nei mesi recenti dalle militanti più estremiste, o “nuove femministe”, donne che collaborano col vecchio movimento ma le considerano delle Zie Tom conservatrici. Queste nuove militanti, che stanno ottenendo grande attenzione, paragonano in maniera persistente la loro presunta oppressione a quella dei neri e, come il movimento dei neri, rifiutano l’eguaglianza e l’integrazione a favore di un radicale cambiamento della società.

Reclamano l’abolizione rivoluzionaria del preteso potere maschile e il suo apparente corollario, la famiglia.

Mostrando un odio inveterato e malcelato per gli uomini, queste attiviste pretendono comuni di sole donne, bambini fabbricati in provetta, figli controllati dallo stato o semplicemente la soppressione degli uomini, come la fondatrice del movimento per la liberazione delle donne, Valerie Solanas, ha sostenuto nel suo Manifesto della SCUM (Società per l’eliminazione degli uomini). Solanas è diventata l’eroina-culto del Nuovo Femminismo nel 1968 quando sparò e quasi uccise il pittore e regista Andy Warhol. Invece di essere liquidata (come sarebbe stata da ogni persona razionale) come una pazza isolata, le donne liberate hanno scritto articoli che elogiavano Solanas come la “dolce assassina” che ha provato a eliminare “l’uomo di plastica” Warhol. A quel punto, avremmo dovuto capire quello che ci aspettava.

Io credo che i moderni matrimoni americani siano, in linea di massima, condotti su una base di eguaglianza, ma ritengo anche che l’opinione opposta sia più vicina alla verità di quella delle Nuove Femministe: vale a dire, che sono più gli uomini, non le donne, ad essere verosimilmente la classe o il genere oppresso nella nostra società e che sono molto di più gli uomini ad essere i “neri”, gli schiavi, e le donne i loro padroni. In primo luogo, le militanti femministe affermano che il matrimonio è un’istituzione diabolica attraverso la quale i mariti schiavizzano le loro mogli e le costringono a crescere bambini e fare i lavori di casa. Ma consideriamo questo: nella grande maggioranza dei casi, chi è che insiste sul matrimonio, l’uomo o la donna? Tutti conoscono la risposta. E se questo grande desiderio verso il matrimonio è il risultato del lavaggio del cervello maschile, come sostengono le liberazioniste, allora com’è possibile che molti uomini resistano al matrimonio, che indietreggino alla prospettiva di insediarsi per tutta la vita sul trono della “tirannia” domestica?

In verità, poichè il capitalismo ha immensamente alleggerito l’onere dei lavori domestici attraverso una tecnologia avanzata, molte mogli sono andate progressivamente a costituire una classe agiata mantenuta. Nel quartiere della classe media in cui vivo, io le vedo, queste streghe “oppresse” e dalla faccia truce, camminare impettite nei loro colli di visone verso la prossima partita di bridge o di mah-jong, mentre i loro mariti si ammazzano di lavoro per mantenere le loro partner.

In questi casi, allora, chi sono i “negri”: le mogli? O i mariti? Le femministe affermano che gli uomini sono i padroni perchè svolgono la gran parte del lavoro del mondo. Ma se guardiamo indietro alla società schiavista del Sud, chi davvero lavorava? E’ sempre lo schiavo che lavora, mentre i padroni vivono nell’ozio grazie ai frutti delle loro fatiche. Finchè i mariti lavorano e sostengono la famiglia, mentre le mogli godono di uno status privilegato, chi sono i padroni?

Non c’è nulla di nuovo in questo argomento, ma è un punto che è stato dimenticato nel mezzo dell’attuale furore.

Viene osservato da anni – e specialmente dagli europei e dagli asiatici – che troppi uomini americani vivono in un matriarcato, dominati in primis dal mammismo, poi dalle insegnanti e quindi dalle loro mogli. Blondie e Dagwood hanno simboleggiato a lungo per i sociologi un predominante matriarcato americano, un matriarcato che contrasta con lo scenario europeo, dove le donne, sebbene maggiormente disoccupate che negli Stati Uniti, non gestiscono la casa. Il maschio americano che si lascia dominare dalla moglie è stato a lungo il bersaglio di uno humor percettivo. E, infine, quando l’uomo muore, come accade solitamente, prima della sua compagna, questa eredita l’intero patrimonio di famiglia, col risultato che molto più del 50 % della ricchezza dell’America è posseduta da donne. Il reddito – indice del lavoro produttivo – è meno significativo qui del possesso della ricchezza finale. Ecco un altro fatto inconveniente che le militanti femministe liquidano bruscamente come privo di importanza. E, infine, se il marito dovesse intraprendere la strada del divorzio, viene bastonato dalle leggi sugli alimenti, che è obbligato a pagare e ripagare per mantenere una donna che non vede più e, se smette di pagare, affronta la barbara pena dell’incarcerazione – l’unico esempio vigente nella nostra struttura legale di carcerazione per il mancato pagamento di un “debito”. Eccettuato il fatto che, ovviamente, questo è un “debito” in cui l’uomo non è mai volontariamente incorso. Chi sono, quindi, gli schiavi?

E per quanto concerne gli uomini che costringono le donne a generare e crescere figli, quale, di nuovo, nella maggior parte dei casi, è la parte nel matrimonio più desiderosa di avere figli? Una volta di più, tutti conoscono la risposta.

Quando, come fanno talvolta, le femministe riconoscono il potere matriarcale da parte delle donne americane, la loro difesa, al solito, consiste nel ricorso all’operazionalmente insignificante: l’apparente dominio della moglie è solo un riflesso della sua quintessenziale passività e subordinazione, cosicchè le donne devono ricorrere alla manipolazione e alla malignità come strada verso….il potere. Sotto il loro apparente predominio, queste mogli sono psicologicamente infelici. Forse, ma suppongo che si potrebbe argomentare che anche lo schiavista del vecchio Sud era psicologicamente a disagio a causa del suo innaturale ruolo dominante. Ma il fatto politicoeconomico del suo predominio rimaneva e questo è il punto fondamentale.

Il test decisivo per determinare se le donne sono schiavizzate o no nel matrimonio moderno è quello della “legge naturale”: consideriamo ciò che accadrebbe se tutto dipendesse dalle femministe e non vi fosse matrimonio. In tale situazione, e in un mondo conseguentemente promiscuo, che accadrebbe ai bambini? La risposta è che l’unico genitore visibile e dimostrabile sarebbe la madre. Solo la madre avrebbe il bambino e quindi solo lei sarebbe legata a quest’ultimo. In breve, le militanti che si lamentano perchè a loro viene appioppato il compito di crescere i figli dovrebbero badare al fatto che, in un mondo senza matrimonio, sarebbero comunque costrette a guadagnarsi un reddito per mantenere i bambini. Suggerisco di contemplare tale prospettiva molto e a lungo prima di continuare a gridare a favore dell’abolizione del matrimonio e della famiglia.

Le femministe più profonde hanno riconosciuto che il loro punto critico è trovare una soluzione per la crescita dei figli. Chi lo farà? Le moderate rispondono: la fornitura governativa di asili nido, cosicchè le donne possano liberamente tornare a lavorare. Ma il problema qui, a prescindere dalla questione generale del socialismo e dello statalismo, è questo: come può essere che il libero mercato non abbia fornito asili nido largamente non costosi, come accade per ogni prodotto o servizio nella domanda di massa? Nessuno deve chiedere a gran voce la fornitura statale di motel, per esempio. Ce ne sono moltissimi. L’economista è costretto a rispondere: o la domanda delle madri di tornare al lavoro non è grande quanto le Nuove Femministe vogliono farci credere e/o alcuni controlli da parte del governo – forse i requisiti per le bambinaie o le leggi che regolano la concessione delle licenze – stanno artificialmente restringendo l’offerta. Qualunque sia la ragione, comunque, più governo non è chiaramente la risposta.

Le militanti più radicali non sono però soddisfatte di una soluzione così futile come gli asili nido (chi altri se non le donne potrebbero costituire il personale di questi asili?). Ciò che vogliono, come indica Susan Brownmiller nel suo articolo sul New York Sunday Times Magazine (15 Marzo), è la totale equità marito-moglie in tutti i campi, che significa carriera, lavori domestici ed educazione dei figli egualmente condivisi. Brownmiller riconosce che questo vorrebbe dire che il marito dovrebbe lavorare per sei mesi e la moglie per i successivi sei mesi, mentre entrambi si alternerebbero ogni sei mesi nella cura dei bambini, o che tutti e due lavorerebbero e si alternerebbero a crescere i figli per metà giornata. Qualunque strada venga scelta, è del tutto chiaro che questa totale equità potrebbe essere perseguita solo se entrambe le parti accettassero di vivere perennemente ad un livello di sussistenza, da lavoro part-time, hippie. Quale carriera di qualche importanza o qualità può essere ricercata in una maniera così transitoria e a casaccio? Al di sopra del livello hippie, quindi, questa pretesa “soluzione” è semplicemente assurda.

Se la nostra analisi è corretta, e stiamo già vivendo in un matriarcato, allora il vero significato del nuovo femminismo non è, come vorrebbero farci credere, la “liberazione” delle donne dalla loro oppressione. Non potremmo dire che, non soddisfatte del mantenimento e della dominazione sottile, queste donne stanno raggiungendo avidamente il potere totale? Non contente di essere sostenute e protette, tentano ora di forzare i loro passivi e pazienti mariti a fare anche la maggior parte dei lavori domestici e a crescere i figli. Conosco personalmente diverse coppie in cui la moglie è una militante liberazionista e al marito è stato praticato il lavaggio del cervello dalla sua partner per farlo diventare uno Zio Tom e un traditore del suo genere. In tutti questi casi, dopo una lunga e dura giornata in ufficio o ad insegnare per sostenere la famiglia, il marito se ne sta a casa badando ai bambini mentre la moglie si trova ai meeting del Movimento di Liberazione delle Donne per concertare la loro ascesa al potere totale e per denunciare i loro mariti come oppressori sessisti. Non appagata dal tradizionale set da mah-jongg, la Nuova Donna sta cercando di raggiungere l’ultimo colpo castrante, da accettarsi, suppongo, con mite gratitudine dai loro coniugi liberal.

C’è ancora la soluzione liberazionista estremista: abbandonare il sesso, o perlomeno l’eterosessualità, interamente. Non c’è dubbio che questo risolverebbe almeno il problema della crescita dei figli. L’accusa di lesbismo era considerata una velenosa calunnia maschilista nei confronti della donna liberata. Ma nei fiorenti scritti delle Nuove Femministe è stato promosso un esplicito e crescente richiamo all’omosessualità femminile.

Osserviamo, per esempio, Rita Mae Brown, scrivere sul primo numero “liberato” di Rat (Febbraio 6): “Per una donna, affermare apertamente la propria eterossessualità significa enfatizzare la propria “bontà” per mezzo dell’attività sessuale con gli uomini. Questo antico lavaggio del cervello sessista si insedia anche nella coscienza della più ardente femminista che vi dirà immediatamente che adora dormire con gli uomini. Infatti, il modo peggiore in cui una donna può essere chiamata nella nostra società è lesbica. Le donne sono talmente identificate con gli uomini che tremano al solo sentir menzionare questa parola di tre sillabe. La lesbica è, ovviamente, la donna che non ha bisogno degli uomini. Ma se ci si pensa, cosa c’è di terribile in due donne che si amano? Per il maschio insicuro, questa è l’offesa suprema, la blasfemia più oltraggiosa commessa contro il sacro scroto”.

“Dopotutto, cosa accadrebbe se cessassimo di amarci? Buone cose per noi ma ciò vorrebbe dire che ogni uomo perderebbe il suo “negro” personale….una grande perdita se sei un uomo….”.

“Amare un’altra donna è l’accettazione di un sesso che è violazione della cultura maschile (il sesso come sfruttamento) e quindi comporta diverse pene…Alle donne è stato insegnato ad abdicare al potere dei nostri corpi, sia fisicamente nell’atletica e nell’autodifesa sia sessualmente. Dormire con un’altra donna significa mettere a confronto la bellezza e il potere del vostro corpo come pure del suo. Ci si confronta con l’esperienza della propria autoconsapevolezza sessuale. Inoltre, ci si trova di fronte un altro essere umano senza lo stratagemma protettivo del ruolo. Questo può essere doloroso per la maggioranza delle donne perchè molte sono state così brutalizzate dal recitare un ruolo eterosessuale che non riescono a comprendere questo reale potere. E’ un’esperienza schiacciante. Potrei definirla una vetta della libertà. Non c’è da stupirsi che sussista una tale resistenza nei confronti del lesbismo”.

O questa, nello stesso numero, “Weatherwoman”: “Il sesso diventa completamente diverso senza la gelosia.

Donne che non avevano mai immaginato di farlo con altre donne hanno iniziato ad apprezzarsi l’un l’altra sessualmente… Ciò che il weatherman sta facendo è creare nuovi standard con cui uomini e donne possano relazionarsi. Stiamo cercando di rendere il sesso non sfruttatore…. Stiamo creando qualcosa di nuovo, per mezzo del denominatore comune che è la rivoluzione”.

O, infine, ancora nello stesso numero, Robin Morgan: “Lasciatela vivere. Lasciatela mostrarsi malevola, maliziosa, lesbica, frustrata, pazza, Solanasiana, innamorata, frigida, ridicola, pungente, imbarazzante, odiatrice dell’uomo, calunniatrice…Il sessismo non è colpa delle donne – uccidete i vostri padri, non le vostre madri.”

E così, nel cuore profondo del Movimento per la Liberazione delle Donne si cela un pungente, estremamente nevrotico se non psicotico lesbismo anti-maschile. La quintessenza del Nuovo Femminismo è rivelata.

Questo spirito è confinato a poche estremiste? E’ ingiusto pensare che il movimento nel suo insieme abbia gli stessi difetti della Lesbica rampante? Temo di no. Per esempio, uno dei motivi dominanti che permea l’intero è una stridente opposizione agli uomini che trattano le donne come “oggetti sessuali”. Questo trattamento apparentemente avvilente, degradante e sfruttatore si estende dalla pornografia ai concorsi di bellezza, dalla pubblicità delle belle modelle che usano un prodotto, a tutta la gamma dei fischi e agli sguardi di ammirazione alle ragazze in minigonna. Ma non v’è dubbio che questo attacco alle donne come “oggetti sessuali” sia semplicemente un attacco al sesso, o piuttosto all’eterosessualità. Questi nuovi mostri del genere femminile mirano alla distruzione della squisita e antica consuetudine – apprezzata in tutto il mondo dalle donne normali – di vestirsi per attrarre gli uomini e avere successo in questo simpatico compito. Che vita tetra e noiosa vogliono imporci queste megere! Un mondo in cui tutte le ragazze appaiano dei lottatori trascurati , dove la bellezza e l’attrattiva sono state sostituite dalla bruttezza e dall’ “unisex”, dove la deliziosa femminilità è stata abolita a vantaggio del femminismo cupo, aggressivo e mascolino.

La gelosia verso le ragazze belle e attraenti, infatti, rappresenta uno dei capisaldi di questo minaccioso movimento. Un punto che dovrebbe essere ricordato, per esempio, nella presunta discriminazione economica ai danni delle donne: la straordinaria mobilità verso l’alto, e allo stesso modo i redditi, garantita alle ragazze particolarmente graziose. Le femministe potrebbero sostenere che le modelle sono sfruttate, ma se consideriamo le paghe enormi di cui le modelle possono godere- tanto quanto il loro accesso a una vita affascinante – e le compariamo col loro costo opportunità precedente in altre occupazioni come cameriera o dattilografa, l’accusa di sfruttamento è davvero risibile. I modelli maschili, i cui redditi e le cui opportunità sono estremamente più bassi di quelli delle donne, potrebbero benissimo invidiare la posizione privilegiata di queste ultime! Inoltre, il potenziale in mobilità verso l’alto per le ragazze belle di ceto basso è enorme, infinitamente più di quello degli uomini dello stesso ceto: potremmo citare Bobo Rockefeller e Gregg Sherwood Dodge (un’ex pin-up che ha sposato il rampollo multimilionario della famiglia Dodge) come esempi manifesti. Ma questi fatti, lontani dal costituire un valido argomento, rendono ancora più furiose le liberazioniste, poichè una delle loro reali rimostranze è verso quelle ragazze più attraenti che in virtù della loro bellezza hanno avuto più successo nell’inevitabile competizione per gli uomini – una competizione che deve esistere qualsiasi sia la forma di governo o di società (ammesso – ovviamente – che essa rimanga eterosessuale).

Donne come “oggetti sessuali”? Certo che sono oggetti sessuali, e sia lodato il Signore che sempre lo saranno (come gli uomini, certamente, sono oggetti sessuali per le donne). Per quanto concerne i fischi, è impossibile che qualsiasi relazione significativa venga stabilita per strada o guardando i cartelloni pubblicitari e così, in questi ruoli, le donne rimangono esclusivamente degli oggetti sessuali. Quando si sviluppa un rapporto più profondo fra uomini e donne, questi diventano più che oggetti sessuali fra loro; diventano anche, se tutto va bene, oggetti d’amore. Sembrerebbe persino banale ricordare questo, ma nel clima intellettuale di oggi sempre più degenerato nessuna semplice verità può più essere data per scontata. Poniamo come contrasto allo stridulo movimento femminista l’incantevole lettera nel New York Sunday Times (19 Marzo) di Susan L. Peck, che commenta l’articolo della Brownmiller. Dopo aver affermato che lei, per prima, gradisce l’ammirazione maschile, la signora Peck specifica che “a qualcuno questo potrebbe suonare antiquato, ma non covo un folle, vendicativo desiderio di vedere stirare il mio già responsabile e lavorativo marito”. Dopo aver screditato l’incapacità femminile all’adattamento esibita nel “movimento di liberazione”, la signorina Peck conclude: “Io, per prima, adoro gli uomini e preferisco vederne uno che esserlo!”. Urrah e, se tutto va bene, la signora Peck parla per la maggioranza silenziosa delle donne americane.

Per quanto concerne le femministe, forse potremmo iniziare a prendere più seriamente le analogie costantemente ripetute col movimento nero. I neri, infatti, si sono spostati dall’integrazione al black power, ma la logica del black power è semplicemente e completamente nazionalismo nero – una nazione nera indipendente. Se le nostre Nuove Femministe desiderano abbandonare l’integrazionismo maschio-femmina a favore della liberazione, allora questo implica logicamente il Female Power, in breve, il nazionalismo femminile. Dobbiamo assegnare a queste bisbetiche qualche terra vergine, forse le Black Hills, forse l’Arizona? Si, lasciamole istituire la loro Repubblica Democratica Popolare delle Amazzoni e bandirne l’ingresso. L’infezione della loro ideologia e dei loro atteggiamenti malati sarebbe così isolata e rimossa dal più esteso corpo sociale e il resto di noi, impegnato nella buona eterossessualità all’antica, potrebbe badare ai fatti suoi indisturbato. E’ ora che si dia retta al risonante monito di William Butler Yeats: “Abbasso il fanatico, abbasso il clown Giù, giù, buttateli giù” e che venga fatto echeggiare l’allegro grido dell’anziano francese nella famosa facezia. Mentre, in Francia, una militante parlava ad una riunione sulla liberazione delle donne, affermando, “C’è solo una differenza molto piccola fra uomini e donne”, l’attempato signore balzò ai suoi piedi, gridando: “Vive la petite difference!”(2)

Note
1) Ludwig von Mises ha scritto: “Man mano che l’idea del contratto è entrata nel diritto matrimoniale, essa ha infranto il dominio del maschio e ha fatto della moglie una compagna (partner) con gli stessi diritti del marito.
Da un rapporto unilaterale basato sulla forza, il matrimonio si trasforma così in un mutuo accordo….Ai nostri giorni la posizione della donna differisce dalla posizione dell’uomo solo in quanto differiscono i loro specifici modi di guadagnarsi la vita…..La condizione della donna è migliorata a misura che è indietreggiato il principio della violenza, e con l’avanzamento progressivo dell’idea di contratto in altri ambiti del diritto di proprietà si sono necessariamente trasformate le relazioni patrimoniali tra gli sposi. La moglie si affrancò per la prima volta dal potere del marito solo quando ottenne diritti legali sulle ricchezze portate da lei nel matrimonio e su quelle acquisite durante il matrimonio….Che il matrimonio unisca un solo uomo e una sola donna, che esso possa essere contratto solo se c’è la libera volontà delle due parti….che i diritti della moglie e quelli del marito siano essenzialmente gli stessi: tutti questi principi discendono dall’approccio contrattuale al problema della vita matrimoniale” Ludwig von Mises, Socialismo (Rusconi, 1990), pg.120-121

2) Il Professor Leonard Liggio ha portato alla mia attenzione due punti estremamente importanti al fine di spiegare il perchè il movimento femminista sia emerso in questo momento dalla New Left. Il primo è che le donne della New Left erano abituate ad andare a letto con gli uomini all’interno del movimento e a scoprire con grande stupore e sgomento che non venivano trattate diversamente da meri “oggetti sessuali”. In sostanza, dopo aver mancato di rispetto nei confronti di loro stesse nel non comportarsi diversamente da degli oggetti sessuali, queste donne della New Left hanno scoperto con grande sorpresa che gli uomini le trattavano precisamente per quello che esse si consideravano! Invece di capire che era il loro comportamento promiscuo alla radice del problema, attaccarono accanitamente gli uomini e così nacque il movimento di liberazione delle donne.
Il secondo punto è che quasi tutte le agitazioni non provengono dalle classi proletarie, ma dalle mogli della classe media, che si scoprono legate alla casa, e allontanate da soddisfacenti lavori esterni, dalle richieste di figli e dei lavori domestici. Egli nota che si potrebbe prontamente porre rimedio a questa situazione abolendo le restrizioni all’immigrazione, cosìcche istitutrici e domestiche economiche e di alta qualità sarebbero una volta ancora disponibili a prezzi che le mogli delle classe media potrebbero permettersi. E questa sarebbe anche una soluzione libertaria.

Articolo originariamente apparso nel The Individualist, Maggio 1970;
Traduzione di Tiziano Buzzacchera

 

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